Ferite nasce circa due anni fa.
Ferita significa piaga, taglio, lacerazione della cute, oppure è un dolore grave, interiore, oppure è una donna che ha subito una o entrambe le esperienze. La ferita non sempre è visibile e non sempre è chiara la sua entità ma rimane lì e la si porta dietro, come parte abituale non percepibile a tutti, la si può curare, mascherare, truccare, trasformare, la si può persino amare, ma è sempre lì, indosso, specie nel volto. L’idea di Carla Cacianti è di mostrarla con ritratti di donne generiche – amiche, conoscenti, sconosciute, giovani e meno giovani – donne di massima insomma, reali o possibili.
Quelli di Carla non sono ritratti nel senso canonico – il ritratto si sa esprime la persona attraverso la sua immagine – si tratta piuttosto di raffigurazioni di una condizione, di una sensazione, di uno status. I volti registrati dall’apparecchio fotografico vengono stampati, l’oggetto-immagine dei visi che ne deriva è poi piegato, spiegato e ripiegato molte volte, e poi la nuova natura dei volti violati dalle piegature è fermata, ritratta.
Il risultato è quello di immagini forti: le crepature e le pieghe alterano le fisionomie esagerando l’intensità degli sguardi, storcendo le bocche, cancellando i tratti, ridisegnando i lineamenti e le espressioni, aggiungendo anni, sentimenti, tensioni, paure. Nell’affastellamento delle linee contratte, negli sguardi, nelle labbra, lo spettatore legge il carattere controverso e insieme potente dell’universo femminile, inevitabilmente forzato in stereotipi e ruoli, violato, ferito, ma anche capace di rigenerazioni profonde e coraggiose. Nella successione delle immagini si incontrano volti stravolti o appena crepati o rotti ma ordinati, e poi orgogliosi, spaventati, indolenti.
Quelle di Ferite sono facce spezzate, metafore di una violenza inflitta (dalle donne stesse, dagli uomini, dalla società), una violenza non necessariamente fisica o verbale, quanto proprio incarnata dal piegare, adattare, costringere, spingere, conformare, schiacciare.
La scelta della fotografia come base di partenza dei lavori è motivata dalla capacità del mezzo, tra sguardo e registrazione, di rendere l’emozione dei visi usando la luce. Non interessa in questo caso la fotografia in termini tecnici, quanto la sua capacità di essere mezzo di raccordo ideale tra lo sguardo dell’artista, quello delle donne e quello del pubblico che, inevitabilmente, si specchia nelle pieghe, nella luce degli occhi, nelle ombre dei volti, in un oggetto-immagine che nasce, appunto, dall’offesa.


Carlotta Sylos Calò
(Catalogo della mostra Ferite, Roma 2015)

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Ferite

 

Quando succede, alla fine ti accorgi che riguarda solo te. Nessuno capirà. E allora mostrarle tutte quelle ferite, fissarle, può farle diventare segni di un passato abbandonato. Una risorsa di adesso.
Il lavoro di Carla interviene sulle ferite della vita e le trasforma in carta. Le sovrappone ai visi per diventarne parte integrante come segni indelebili. Nessuno sarà uguale a prima, nessuno sarà uguale a nessuno. Le ferite sono segnali concreti di violenza e segni di carta aspri e tangibili che rendono materico un dolore. Incise nella memoria di chi ha subito, si trasformano in opere che ci guardano dritto negli occhi. E noi che inciampiamo lo sguardo in quel disturbo visivo siamo costretti a guardare più a fondo, a interpretare il prima e il dopo, a chiederci le domande. La nostra cura per loro è solo una: un’attenzione in più. Un dubbio in più.
Quelle ferite sono donne.

 

Patrizia Santangeli
(Catalogo della mostra Ferite, Roma 2015)