Forme di una mutazione.

Utopia, forma, limite: tre chiavi di lettura per chi osserva, in Mutazioni di Carla Cacianti, il prendere corpo delle fotografie di alcuni monumenti romani, icone impresse nella memoria di tutti. Sono ritratti alterati, sconvolti. Cosa rappresentano, uno smarrirsi della prospettiva? Uno straniamento ottico che ricorda le Aberrazioni di Jurgis Baltrusaitis? Cedimenti percettivi, diresti, ma i discorsi di tipo descrittivo non aiutano a capire. Questi ritratti rappresentano trionfi e cadute di forme. Torsioni, ombre, fenditure, mutamenti. La scena delle solennità, della "grande bellezza", delle armonie più celebrate si piega e ti avverte che stai percependo una fuga di senso.

Riconosciamo, da sempre, gli edifici monumentali e le grandi architetture storiche come rappresentazioni di comunità umane, di momenti storici e, insieme, di ideali collettivi, di ideologie, valori accettati o dominanti, fedi religiose. I grandi monumenti parlano di grandi utopie e segnano dei confini, dei limiti, nella storia, nelle coscienze e nel pensiero. Un limite, storico e umano, è la fragilità stessa delle utopie che si sono rappresentate nei simboli trionfali di questi monumenta. Fatti per far sapere, per ricordare, è il senso originario della parola, dalla radice latina di moneri, da cui anche monitus, ammonimento. È, questo della storia, soltanto un limite temporale, fattuale. Ma si avverte quasi uno spavento, nelle scene di Mutazioni. È l'allarme per un limite che si sta oltrepassando?

Quello di Carla Cacianti è un gesto forte, radicale, si potrebbe definire espressionista. Un gesto che contrasta, prima di tutto, con il suo profondo amore per Roma. Un gesto che sconvolge la solennità e l'immutabilità delle forme. La scena della spazialità monumentale imperiale, rinascimentale, barocca, neoclassica, e poi razionalista e modernista, viene ridotta, piegata, travolta. Le forme delle utopie sono detronizzate. Ogni scena è riletta e tradotta da un gesto non improvvisato. Ci dice che non esistono forme o idee fisse e assolute né in cielo né in terra, che tutte le forme di questo mondo sono perfette e imperfette, pure e impure. Anche, ma il messaggio non è solo questo. In questi scuotimenti senti un'urgenza. Perché queste cadute?

Erano, i Limes, le pietre sacre inviolabili che segnavano i confini della romanità antica. Pietre che non potevano essere rimosse senza delitto, castigo o rovina, perché poste sotto la protezione di una divinità chiamata, essa stessa, Terminus, limite. In ogni tempo e in ogni circostanza rappresentano i termini, i confini quantitativi e qualitativi il cui superamento ha come conseguenza un mutamento radicale di condizioni. L'utopia si è sempre misurata con il limite, cercando l'oltrepassamento, piegandosi tante volte nella distopia.

Nello scandalo del gesto che piega c'è inquietudine, dolore, non violenza. Percepisci sensorialmente una forza che deforma e sconcerta. Vorresti mettere mano a quelle pieghe, distenderle, rimettere ordine, rilassare quei corpi, riprendere fiato, ma continui a sentire, osservando, quasi il fragore di uno schianto. È sconvolta la percezione, il senso delle forme, la stessa memoria. In queste monumentalità piegate, ferite, disgregate, protagoniste di storie e di grandi utopie, Carla Cacianti richiama l'attenzione sul rapporto tra forma, senso e limite. Ti senti minacciato da una caduta di senso. Quei grandiosi edifici di culto, quel palazzo rinascimentale, quell'antico anfiteatro, quel quadrato razionalista si affacciano sulla contemporaneità come scenografie spezzate, inerti. Quelle che osservi sono scene di capitolazione.

Ripiegate, sottomesse al gesto attento di una manomissione che le trasfigura, queste rappresentazioni di rappresentazioni domandano quale può essere, e se ancora c'è, il senso di una loro presenza significativa, di un loro monitus, nella coscienza sociale del nostro tempo. Si prova incertezza. In questo presente iperconsumistico e precario, iniquo e globalizzato, credere ancora in un progresso che non si interromperà appare soltanto come l'ultima utopia. Quello che i monumenti, pietre sacre sui confini della storia umana, hanno significato, è già diventato sfondo emoticon nel linguaggio social planetario e in quello analogamente autoreferenziale del selfing. Un immiserimento, un'anomalia, un'umiliazione.

Il limite, dunque. E il senso delle forme, delle relazioni, della vita di ciascuno. Viviamo, liberi, in società libere e complesse, nelle quali, per semplificare le cose, si fa largo ricorso alle pratiche comunicative della post-verità o post-fattualità. Una progressiva perdita di senso e di verità dei fatti. È quella comunicazione  – e pure quel sistema di comportamenti – che viene definita come «relativa a circostanze in cui i fatti oggettivi sono meno influenti, nel formare l’opinione pubblica, del ricorso alle emozioni e alle credenze personali».* È il meccanismo dei talk show, dei followers, dei like, degli storytelling promozionali nella narrazione politica, nell'informazione, nella cultura, negli affari internazionali e negli affari tout court. Un meccanismo che genera una bolla di false rappresentazioni.

Quale messaggio, in questa epoca di tecnomutazioni? L'azione che Carla Cacianti compie sulle rappresentazioni chiede di superare il primo disorientamento percettivo e ogni tipo di distrazione per scorgere, nel mondo, le tracce, le forme, i modi per ritrovare significato nella storia, nella tradizione, nell'esistenza umana. Mutazioni parla di un sentimento di caduta troppo grande per rimanere nel limite delle parole e delle forme. Chiede un gesto consapevole di riflessione sulla grande tecnoillusione che pervade il nostro tempo. Un gesto che può solo essere scandaloso, iconoclasta, per avere la forza di rifiutare una nuova illimitante utopia che pretenda, insostenibilmente, di sostituirsi alla realtà.

Gualtiero Tonna
Roma, 21 dicembre 2016